Chi prende il Mancio porta a casa il pacchetto completo: il genio e le sfuriate, i discorsi motivazionali nei giorni di serenità e i lunghi silenzi in quelli di crisi, la gioia che contagia e la tristezza che può addirittura incupire. Mancini ha il fascino del vincente accompagnato dal famoso “stellone”, la buona sorte che aiuta gli audaci, insomma qualcosa di più complesso della banale fortuna. Quando s’aggiusta il ciuffo, poi, ricorda il sopracciglio di Ancelotti: è il suo personalissimo modo per dire al mondo che l’intuizione è dietro l’angolo. I motivi per cui la Juventus abbia bussato alla sua porta, avviando un dialogo con lui dopo aver contattato Tudor, sono evidenti: insieme ad Allegri, è l’allenatore italiano più vincente libero su piazza, ha già conquistato dei titoli e ha pure convinto con il bel gioco, guidando campioni e lanciando tanti di quei giovani in Nazionale – nel deserto di un campionato che abusava del decreto crescita – che la sua eredità in azzurro vale forse più dell’Europeo lasciato in bacheca. L’Italia di Mancini aveva 26 anni di media, proprio come la Juve di Motta.
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