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La Juve e l’eternità di Alex Del Piero


Nessun giocatore vivente è stato mai celebrato da una mostra completamente dedicata a lui. Solo Scirea era stato omaggiato come singolo calciatore della Juve prima di Alessandro Del Piero, che da ieri è il soggetto di una singolare esposizione. in cui il numero dieci rivive nel contesto di opere d’arte classiche (idea simpatica dello sponsor tecnico che condivide con la Juve). La filosofia della Juventus è sempre stata piuttosto rigida nel teorizzare che il club è sopra di tutti, anche dei più grandi. E, avendo una storia gloriosa, punteggiata da immensi fuoriclasse, ha la fortuna di comporre un mosaico di fenomeni per rappresentare se stessa, senza bisogno di ricalcare la propria immagina asu quella di una singola icona. Eppure Del Piero sta flettendo questa abitudine e non è un caso. Due le ragioni. In un momento povero di personaggi e campioni in grado di trascinare il cuore e il pensiero emotivo dei tifosi, spezzettati in fazioni come spesso capita nei periodi di transizione, la storia e i suoi eroi sono un saggio rifugio per consolidare una coscienza collettiva e richiamare i valori del club.

L’iconicità di Del Piero

Inoltre, le statistiche e la lunghezza della carriera di Del Piero hanno un oggettivo e tremendo impatto numerico: Alex è stato il principale punto di riferimento per almeno cinque generazioni di juventini cui ha regalato un numero spropositato di presenze, gol e trofei, incarnando lo stile del club anche dopo averlo lasciato. Nessuno dei più grandi ha avuto la sua longevità (forse solo Buffon, che è un portiere, ruolo meno innescante sotto quel profilo) e questo non può non pesare. Insomma, la mostra personale è meritata e l’eccezione alla filosofia del club ampiamente giustificata. Certo l’iconicità di Del Piero va maneggiata con cautela, proprio perché dotata di rara potenza. Milioni di tifosi ne sognano l’ingresso in società, assai difficile allo stato attuale delle cose (anche solo per una non facile collocazione di un personaggio che non potrebbe fare il soprammobile o farsi sventolare all’occorrenza). E, nella rosa, non esiste un giocatore in grado di distrarre la fantasia dei tifosi dalla nostalgia per le sue magie. Certo, c’è Yildiz, che non a caso si ispira proprio a Del Piero, ma rischia di rimanere schiacciato dal continuo paragone (ai tempi Alex rischiò la stessa cosa con Platini, ma in modo assai minore, perché inserito in una Juve assai più forte e vincente).

Il popolo juventino si aggrappa ad Alex

L’immediato dopo-Alex ha visto Tevez e Dybala, occupare certi spazi emotivo-calcistici del tifo bianconero, anestetizzando il trauma del distacco. Quattordici anni dopo il commovente saluto dell’Alex calciatore allo Stadium e, soprattutto, trent’anni dopo la Champions di Roma, il popolo juventino, nel mezzo di una grigia transizione, realizza di essere orfano e si aggrappa a quell’icona, per ricordarsi chi è e da dove viene. È giusto, forse perfino sano. Ma la Juve, pur rispettando sempre il passato, non ci ha mai vissuto, troppa impegnata a vivere il presente e progettare il futuro. Live ahead, diceva quel tale.

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